Maestro di San Francesco
(Attivo ad Assisi e Perugia tra il 1255 e il 1280 circa)
Croce dipinta
1272
Dalla Chiesa di San Francesco al Prato di Perugia
tempera su tavola
488,5 x 355 x 13 cm
Modello tiflodidattico in resina epossidica e grafite argentea, base in legno, misure: 47,8 x 34,7 x 0,9 cm
La grande Croce dipinta, realizzata nel 1272 dal cosiddetto Maestro di san Francesco, è una delle opere più rappresentative della pittura italiana del XIII secolo. Proveniente dalla chiesa di San Francesco al Prato a Perugia, era originariamente sospesa alla fine della seconda campata, in asse con l’altare maggiore situato all’imbocco del transetto. In seguito al crollo del tetto nel 1737, fu trasferita nell’attiguo oratorio di San Bernardino.
L’opera segna il culmine dell’attività dell’artista, attivo tra Assisi e Perugia tra il 1255 e il 1280 circa. Eseguita a tempera su tavola, l’originale misura 355 centimetri in altezza e 488,5 in larghezza. Si tratta di una croce monumentale di tipo bizantino, originariamente collocata sopra l’altare maggiore, concepita per essere vista anche a distanza. Un elemento insolito per il XIII secolo è la presenza di una firma e di una data: l’opera è esplicitamente datata 1272 e fa riferimento al pontificato di Gregorio X. Queste informazioni, eccezionali per l’epoca, contribuiscono a definire il valore storico della croce, che si colloca a pieno titolo tra le opere più significative del Duecento italiano, insieme a quelle di Giunta Pisano e Cimabue.
Il modello tattile è realizzato in resina epossidica e grafite argentea. Riproduce la forma e la composizione dell’opera in scala ridotta, con le figure principali modellate in rilievo. Si consiglia un’esplorazione bimanuale, dall’alto verso il basso.
Nella parte superiore della croce, la cimasa, è dipinta una piccola scena con Cristo benedicente. Al suo fianco, la Madonna orante si trova in posizione frontale, accompagnata da due angeli in preghiera. La loro disposizione verticale guida l’esplorazione del supporto verso l’alto, suggerendo un collegamento diretto tra il sacrificio di Cristo e la visione del divino.
Al centro della croce si trova Cristo crocifisso, figura dominante della composizione. Il suo corpo è arcuato in avanti, il torace è rilassato, le braccia distese lungo il braccio orizzontale della croce e la testa è reclinata sul petto. Le gambe sono piegate e i piedi sovrapposti, trafitti da un solo chiodo. Il volto di Cristo è scarno, gli occhi sono chiusi, l’espressione è sofferente. Si tratta di una rappresentazione del Christus patiens, cioè il Cristo sofferente, una tipologia iconografica in cui il dolore umano del Figlio di Dio è pienamente visibile, drammatico e toccante.
Ai piedi della croce, nel suppedaneo, è inginocchiato san Francesco d’Assisi. È rappresentato con il capo scoperto, in abito francescano, in posizione di adorazione, rivolto verso le ferite di Cristo. Sulle mani e sul costato sono visibili le stimmate, segno della sua immedesimazione spirituale con il Crocifisso. La presenza di san Francesco in questa posizione è straordinaria per l’epoca: si tratta della più antica croce dipinta conosciuta in cui compare il santo, raffigurato come alter Christus. Questa scelta iconografica sottolinea il ruolo teologico che la figura del Poverello di Assisi aveva assunto all’interno della Chiesa e testimonia l’affermazione della spiritualità francescana in un momento di forte dibattito con l’ordine domenicano.
Alle estremità laterali del braccio orizzontale si trovano, rispettivamente, la Madonna dolente, sulla sinistra, e san Giovanni Evangelista, sulla destra. Entrambi sono rappresentati in piedi, con le mani al volto e lo sguardo abbassato, espressioni di lutto e partecipazione al dolore della crocifissione.
La figura di Francesco stimmatizzato ai piedi della croce diventa un’immagine intensa del Cristo crocifisso: un corpo glorificato che porta ancora i segni della passione. Al tempo stesso, essa esprime con forza il riconoscimento, da parte della Chiesa, del ruolo centrale assunto dall’Ordine dei Frati Minori sotto il pontificato di Gregorio X. A rafforzare questo significato fu l’azione sapiente di Bonaventura da Bagnoregio, Ministro Generale dell’Ordine, che interpretò le stimmate di Francesco come un segno divino paragonabile a una bolla pontificia, cioè a un sigillo che conferma la validità della regola. Come si legge nella Legenda Maior: «Gli furono impresse le stigmate del Signore Gesù dal dito del Dio vivente, come fosse una bolla del Sommo Pontefice Cristo, a conferma di ogni regola».