Piero della Francesca – Sala 13

Piero della Francesca
(Sansepolcro, 1415 circa – 1492)
Polittico di Sant’Antonio
1467-1469 circa
Dal convento di Sant’Antonio in Porta Sant’Angelo di Perugia
Tempera e olio su tavola
212 x 390 cm

Modello tiflodidattico a riproduzione della cimasa con Annunciazione in resina epossidica e grafite argentea, finitura in resina acrilica, dimensioni: 41,2 x 51,2 x 8,3 x 2,5 cm

Tra le opere più identitarie della Galleria Nazionale dell’Umbria vi è il polittico di Sant’Antonio di Piero della Francesca, capolavoro emblematico, che racchiude in sé molti elementi della cultura del XV secolo. La grande pala fu commissionata dalle terziarie francescane di Sant’Antonio da Padova per la chiesa esterna del loro monastero in porta Sant’Angelo e venne portata a termine grazie a un contributo finanziario del Comune di Perugia, elargito nel 1468. In quegli anni la comunità religiosa era guidata da Ilaria Baglioni, figlia del signore di Perugia Braccio, dettaglio non trascurabile per la scelta del prestigioso artista.


La complessa struttura della macchina d’altare, con due predelle e su quattro registri, era concepita per adattarsi all’angusto spazio presbiteriale della chiesa. Nel 1572 fu introdotta nel monastero la clausura definitiva, evento che comportò la rimozione della tavoletta centrale della predella superiore, andata perduta, e la sua sostituzione con una grata metallica che permetteva alle clarisse di assistere alla celebrazione eucaristica dalla zona del coro.


Le scelte iconografiche del dipinto sono strettamente legate all’ordine francescano, i cui santi rappresentativi (Antonio di Padova, Francesco d’Assisi ed Elisabetta d’Ungheria) sono raffigurati nel registro centrale insieme alla Madonna col Bambino e a san Giovanni Battista. In basso, nelle tavolette di predella, vengono rappresentati eventi miracolosi attribuiti ai tre santi francescani.


L’opera segna il fondamentale passaggio dalla pittura a tempera alla pittura ad olio, a cui Piero si era avvicinato dopo essere venuto a contatto con l’arte fiamminga, grazie soprattutto alla frequentazione della corte di Urbino. Il nuovo medium gli permette di rendere trasparenze cristalline e di ottenere effetti luminosi molto intensi, come nello splendido notturno delle Stimmate di san Francesco.


L’uso del metodo della prospettiva lineare a punto di fuga centrale, che dà struttura allo spazio di ogni scomparto, trova il suo apice nella cimasa con l’Annunciazione. Il modello tiflodidattico ne assicura una restituzione, riprendendone la struttura cuspidata. Si consiglia un’esplorazione bimanuale del supporto, a partire dall’alto verso il basso.


Nella parte superiore, corrispondenteal punto più alto della cimasa – si percepisce la piccola figura della colomba, simbolo dello Spirito Santo. Le ali sono aperte e intorno al corpo una superficie liscia e circolare ne indica l’aureola di luce dorata. Da essa si dipartono sottili raggi che scendono verso destra, a indicare la direzione del messaggio divino che si rivolge alla Vergine.


Subito sotto, è percepibilela struttura architettonica che domina la scena: una serie di archi sorretti da colonne con capitelli delicatamente accennati, disposti secondo una rigorosa prospettiva centrale. Le linee convergono verso un punto di fuga, creando un profondo senso di distanza ed equilibrio. Questo spazio architettonico non separa solo l’Arcangelo Gabriele dalla Vergine, ma rappresenta il luogo dell’incontro tra cielo e terra — un vuoto carico di significato, dove si compie il mistero dell’Annunciazione.


A sinistra, è percepibile la figura dell’Arcangelo Gabriele. È inginocchiato, con le ali ancora spiegate, come appena disceso dal volo. Indossa un abito lungo e leggeroe le braccia sono incrociate sul petto in un gesto di devozione e raccoglimento. La sua postura non suggerisce un movimento di arrivo, ma piuttosto di partenza: come se, dopo aver pronunciato le parole divine, fosse pronto a tornare al cielo. Alle sue spalle, sotto l’arco del loggiato, emerge il volume di un albero con la sua chioma, a richiamare la dimensione dell’hortus conclusus: un “giardino chiuso”, simbolo di purezza e protezione associato alla Vergine Maria, uno spazio sacro e intatto, segno della sua verginità e del mistero dell’Incarnazione.


A destra si incontra la figura della Vergine Maria, posizionata sotto la loggia. Il suo corpo è stante, leggermente inclinato in avanti, come in un piccolo passo d’inchino. Anche lei porta le braccia incrociate sul petto, nello stesso gesto dell’angelo, a indicare la reciproca armonia tra il mondo umano e quello celeste. Nella mano sinistra tiene un piccolo libro di preghiere aperto, con un dito tra le pagine a segnare il punto in cui la lettura è stata interrotta dal saluto dell’angelo. Il capo è reclinato, gli occhi rivolti verso il basso, in un atteggiamento di umiltà e ascolto.


Tra le due figure rimane lo spazio vuoto della prospettiva, reso da una superficie liscia a dare il senso di unazona liberadai volumi e leggermenteribassata. L’esplorazione complessiva restituisce la perfetta simmetria che caratterizza l’opera di Piero della Francesca. L’angelo a sinistra, Maria a destra, la colomba in alto e lo spazio prospettico al centro creano un equilibrio di forme e significati, dove la geometria si fa linguaggio spirituale. Tutto è misurato, silenzioso, attraversato da un raggio di luce che trasforma la distanza in incontro e la prospettiva in una dimensione sensibile a evocare un senso di trascendenza e mistero.