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Qualità orafe e un nuovo senso del vero

Gentile da Fabriano
Madonna con il Bambino e angeli

Scheda opera

 

Qualità orafe e un nuovo senso del vero

"Gentile da Fabriano - ci dice Andrea De Marchi - si distingue per le qualità quasi orafe delle sue opere ma anche da un senso di verità carnale del tutto moderno. 

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Quest’opera proviene dalla sagrestia della Chiesa di San Domenico di Perugia. A commissionarla, Matteo Graziani, personaggio illustre che della sagrestia detiene il patronato.

Si tratta di una tavola tagliata, molto probabilmente, da un polittico a cinque pannelli. Il bordo superiore stondato non è quello originale, si può ben capire seguendo i confini della doratura. Ne emerge una forma molto più complessa, che terminava con una sorta di goccia capovolta, con la punta rivolta verso l’alto. Forma tipica della carpenteria e delle architettura veneziane che Gentile conosce molto bene. é infatti nella città lagunare che prende forma il suo stile, in quel clima tardo gotico di cui inizia a lavorare intorno al 1405.

..."e all'ambiente lagunare fanno riferimento anche i caratteri del trono su cui è seduta la Madonna col bambino - spiega Andrea De Marchi, professore di Storia dell’Arte Medievale all’Università di Firenze - infatti si tratta di una micro architettura, simile piuttosto a una oreficeria, a un trono ligneo dorato, minutamente traforato come fosse la facciata dei più bei palazzi veneziani, tardo-gotici, come la Ca' d'Oro. Qui vediamo la singolarità assoluta della stessa invenzione di questo dipinto perché non è il consueto trono marmoreo solenne ma è appunto prezioso come un oreficeria ma allo stesso tempo ingracilito e quasi sopraffatto da questa vegetazione infestante che è descritta con un nuovo senso della natura, attenzione ai singoli dettagli, alle foglioline, alle palpitazioni dalla luce all'ombra ed è un tema iconografico particolarissimo perché in questo modo la Madonna, che è una Madonna in Trono è anche una Madonna dell'umiltà, come seduta per terra".

L’intera figura della Vergine è dipinta su argento. In fase di restauro si è visto che la lamina di argento è incisa a tratteggio laddove si intravede la fodera del mantello mentre il manto è minuziosamente inciso con fiori e lettere gotiche che compongono l’Ave Maria e che si intravedono sotto l’azzurro del manto.

"Queste qualità quasi orafe distinguono Gentile da Fabriano - continua De Marchi - ma al tempo stesso sono intrecciate con questo senso nuovissimo di naturalezza, che apprezziamo soprattutto nella resa delle carni, carni che sfruttano ancora una base di ombra fumosa della tradizione bizantina che a Venezia era ancora in auge ma maturate a un senso di verità carnale del tutto moderno. Questa è l'ambivalenza di questo pittore che muovendosi nel gotico internazionale è come se volesse assaggiare un senso di verità nuovo".

L’opera di Gentile, in altre parole, dimostra come una pittura polimaterica, giocata su un complesso stratificarsi di stesure diverse, incisioni, elementi in rilievo - tipiche della sensibilità orafa - non sia inconciliabile con le più nuove ricerche naturalistiche del vero e possa invece incarnare un modello sperimentale di naturalismo, meno razionale e più sensibile, in un gioco di imitazione tra le qualità orafe e quelle pittoriche.

"Poi c'è un altro dettaglio che vale la pena di essere osservato - riprende Andrea De Marchi - sul fondo oro sono incisi sei angeli, minutamente incisi, alla prima possono anche sfuggire, sono realizzati semplicemente con la cosiddetta granitura, un'incisione puntiforme, con uno stiletto appuntito che punzecchia la superficie dell'oro e in questo modo crea le ombre e le luci, o meglio la granitura determina la luce e dà corpo a queste figurette di angeli che traspaiono nell'oro come vere e proprie creature immateriali".