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Pintoricchio, il pittore di cinque papi

 

Pintoricchio, il pittore di cinque papi

Tra il 1480 e i primi anni Venti dei Cinquecento Pintoricchio diventa l’interprete in pittura, delle richieste e dei desideri di papi e altri prelati.

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Nel 1471 Sisto IV della Rovere sale al soglio pontificio. Vi rimane fino al 1484 aprendo la strada alla stagione del Rinascimento romano. Sarà infatti a cavallo tra il Quattrocento e l’inizio del Cinquecento che Roma risale la crina e prende la sua rivincita dopo il Grande Scisma e il letargo di Avignone. Saranno proprio i pontefici a capire che per risollevarsi dalle ceneri, bisogna ristabilire il ruolo della Chiesa a Roma e che per farlo è necessario recuperare l’immagine di Roma, a partire dai resti dell’antica urbe. Si costruiscono nuove chiese, ponti, ospedali, residenze cardinalizie, si restaurano gli acquedotti, le sedi del potere civile e religioso.

È in questo fermento che si fa spazio un giovane umbro, Bernardino di Betto, detto il Pintoricchio che tra il 1480 e i primi anni Venti dei Cinquecento diventa l’interprete in pittura, delle richieste e dei desideri di papi e altri prelati.

Non si sa molto del giovane Bernardino, ma deve aver giovato di due delle scuole più importanti della fine del Quattrocento a Perugia, quella di Benedetto Bonfigli e quella dei miniatori Caporali, dove pare abbia mosso i primi passi. La scena umbra di questo periodo risente molto della scia lasciata da Gentile da Fabriano, la cui estrema dolcezza rimarrà viva in Pintoricchio, ma anche da Piero della Francesca che introduce in città le sue innovative concezioni spaziale e ancora da Filippo Lippi, attivo a Spoleto ma conosciuto a Perugia per essere tra i maestri chiamati, nel 1461, a giudicare gli affreschi eseguiti da Bonfigli nella Cappella dei Priori. Da non dimenticare infine, la fitta frequentazione che Pintoricchio ebbe con Perugino, lo vediamo nelle tavolette di San Bernardino ma lo scrive anche Vasari che ne ricorda la collaborazione romana ai tempi di Papa Sisto IV.

E a Roma serve ben cinque papi, Sisto IV, nato Francesco della Rovere, Giulio II ovvero Giuliano della Rovere, Innocenzo VIII nato Giovan Battista della famiglia genovese dei Cybo, Alessandro VI, il dissoluto Rodrigo Borgia e Pio III, Francesco Todeschini Piccolomini, il papa dotto. Nel corso di poco più di venti anni, prima di essere superato dal giovane Raffaello e da Michelangelo, innova il linguaggio pittorico, introducendo soluzioni molto sofisticate. Tra queste vale la pena ricordare il decoro a grottesche, termine che viene usato per la prima volta in un suo contratto di lavoro, quello che nel 1502 lo lega a Papa Pio III per la decorazione della Libreria Piccolomini di Siena.

Pintoricchio in realtà le usa già da anni, da quando le vede nella Domus Aurea di Nerone, che viene scoperta alla fine del Quattrocento, completamente intombata e quindi intatta, decorazioni murarie comprese. Anche allora, gli improvvisati speleologi che scendevano nei cunicoli, avevano la brutta abitudine di scrivere il proprio nome sulle pareti ma è grazie a queste scritte che sappiamo che Pintoricchio è uno di loro

"Esistono delle iscrizioni - ci racconta Maria Rita Silvestrelli - ce n’è una poco lusinghiera, Pintoricchio sodomita e ci sono diverse parole, ancora più forte. Alcuni li avevano interpretati come firma ma oltre alle iscrizioni c’è l’utilizzo di questo tipo di decorazione così nuova che Pintoricchio aveva potuto vedere nella sala gialla della Domus Aurea quando si calava portando con sé pane prosciutto e vino per visitare questi cunicoli della Domus Aurea e aveva potuto vedere queste figurazioni così originali e così estrose, ben adatte alla sua indole.