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Perugino l'artista dolce

 

Perugino l'artista dolce

Chi era Pietro Vannucci detto “il Perugino”?

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“Nel Perugino semplicemente non c’è tenebra, nessun errore. Qualsiasi colore risulta seducente, e tutto lo spazio è luce. Il mondo, l’universo appare divino: ogni tristezza rientra nell’armonia generale; ogni malinconia, nella pace” 
Così scrive nel 1875 il poeta e critico d’arte inglese John Ruskin.

Un’opinione condivisa da molti, eppure gli stessi tratti che Ruskin esalta, per altri ne rappresentano proprio gli aspetti più criticabili.
Ma andiamo con ordine: chi era Pietro Vannucci detto “il Perugino”?

Nato intorno al 1450 in una ricca famiglia di Città della Pieve, non si sa molto della sua prima formazione, ma sicuramente Pietro ha modo di studiare il lavoro degli artisti presenti fra Toscana e Umbria e in particolare Piero della Francesca. La prima data certa a noi conosciuta è il 1472, quando lo troviamo a Firenze, nella bottega del Verrocchio insieme a Leonardo, al Ghirlandaio, a Botticelli…
A Firenze ha modo di conoscere i dipinti dei Fiamminghi in voga all’epoca e di perfezionare la tecnica della pittura ad olio, ancora quasi sconosciuta in Umbria.

In quegli anni, Perugino apre la sua prima bottega a Firenze e comincia a ricevere commissioni da più parti, anche da Perugia: esempio ne è l’Adorazione dei Magi che troviamo qui in Galleria. La sua fama cresce, tanto che nel 1478 viene chiamato a Roma da Papa Sisto IV per decorare la Cappella della Concezione a San Pietro e in seguito, per la decorazione della Cappella Sistina in Vaticano di cui sarà il coordinatore dell’affrescatura.
Parte dei dipinti del Perugino saranno poi distrutti un secolo più tardi per far posto al Giudizio Universale di Michelangelo, ma in quel momento, nel 1481, Pietro Vannucci è considerato il massimo pittore della penisola:

Maria Rita Silvestelli: "...Tornando a Perugino, alla sua fama e alla considerazione di cui godeva tra i suoi contemporanei, si possono ricordare le parole di Agostino Chigi al padre Mariano quando il padre gli chiede notizie per avere un ottimo pittore per un dipinto che vuol fare nella cappella di famiglia a Siena e Agostino Chigi, il 7 novembre del 1500, scrive una lettera molto importante appunto, ricordando che “Perugino, se fa di sua mano, lui è il meglio maestro d’Italia” ed è una definizione eccezionale data da un intenditore d’arte, da un uomo così importante come Agostino Chigi, un giudizio che cade nella maturità di Piero Vannucci e che sintetizza il suo lungo percorso. Percorso che lo aveva visto interprete e protagonista di un  nuovo linguaggio, lontano dagli sviluppi sofisticati della pittura fiorentina a lui contemporanea, aveva trovato questo modo di espressione in cui la disposizione a fregio delle figure,  i colori ben armonizzati, i volti dei personaggi rivolti verso l’altro con gli occhi al cielo, le mani giunte, i capelli ben ordinati, proponeva un’umanità decorosa, ornata, piacevole che era stata enormemente apprezzata dai suoi contemporanei".

Questo successo, unito alle indubbie capacità imprenditoriali di Perugino, fanno sì che in pochi anni la sua bottega - o forse sarebbe più corretto dire botteghe, visto che l‘artista si muove fra Perugia, Firenze e Roma - diventi una vera e propria macchina economica, bottega dove tra l’altro pare si sia formato anche Raffaello (anche se non esistono documenti che lo certifichino...).È in quegli anni che il pittore elabora quell’intonazione dolce e malinconica che diventerà il vero e proprio marchio di fabbrica della sua opera.

La popolarità e il grande numero di commissioni ricevute, fanno sì che già a partire dagli anni Ottanta del Quattrocento, le opere prodotte dalla sua bottega siano sempre più standardizzate e, per usare ancora una volta le parole del Vasari: “aveva Pietro tanto lavorato e tanto gli abondava sempre da lavorare che e’ metteva in opera bene spesso le medesime cose; et era talmente la dottrina dell’arte sua ridotta a maniera, ch’e’ e faceva a tutte le figure un’aria medesima”.

Maria Rita Silvestelli: "...più che mai trova questo linguaggio fedele a se stesso, questa sua ripetitività…certo il suo successo provoca l’imitazione, da parte di chi lavora con lui, poi ci sono gli imitatori, i copisti che si mettono sulla sua scia per captarne il successo così importante ma tutto questo provoca davvero una sensazione di noia, per noi che vediamo non solo le trovate di Perugino ma anche tutta la sequela dei perugineschi, appunto ecco che ci sembrano opere  tutte uguali ma non per i  committenti dell’epoca che continuavano a richiedere quei modelli perché erano di successo e adatti alla devozione e al tipo di richieste che venivano molto apprezzate."

Si diceva: Vannucci imprenditore.
Le lettere e i documenti arrivati sino a noi, ci lasciano il ritratto di un uomo scaltro nella gestione degli affari, più impegnato a contrattare compensi che a trovare soluzioni innovative per le sue opere.

Ha talmente tanto lavoro che si può permettere di far attendere i clienti - a volte anche più di dieci anni - , di deluderli, al punto che più d’una volta si ritrova decommissionato e con il lavoro assegnato a qualcun altro... ma la bottega continua a girare, il lavoro ad essere apprezzato e le commissioni arrivano da ogni parte dell’Italia centrale.

Con il cambio di secolo però, anche per Pietro Vannucci comincia una parabola in discesa e poco alla volta si allontanerà sempre più dai grandi centri di produzione romani e fiorentini.
Quello stesso pubblico che per vent’anni è stato avido dei tratti aggraziati, quasi svenevoli, tipici della sua pittura, lo abbandona senza nascondergli la propria noia.

Pur in lento declino e ritiratosi principalmente fra Perugia e il contado umbro, Vannucci realizza negli ultimi  vent’anni della sua carriera alcuni dei suoi massimi capolavori, uno fra tutti il grande Polittico di Sant’Agostino presente qui in Galleria.

La sua avventura termina nel fel febbraio del 1523, quando muore a Fontignano, vicino a Perugia, colpito dalla peste.