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La peste del 1348 e le sue ricadute sull'arte

Bartolo di Fredi
Trittico del Carmine


 

La peste del 1348 e le sue ricadute sull'arte

Nella storia dell’arte italiana, se la peste nera rappresenta da un lato una frenata della ricerca stilistica iniziata da Giotto, dall’altro alimenta probabilmente una virata verso quel gotico internazionale che alla paura della morte contrappone un amore per la vita, per il lusso, per la resa decorativa dei dettagli...darà vita a quel gusto estetico che, dopo un secolo di relativa crisi, porterà alla nascita del Rinascimento.

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“Non bastando la terra sacra alle sepolture si facevano per cimiteri le chiese nelle quale a centinaia si mettevano i sopravvenenti: ed in quella stivati come si mettono le mercanzie nelle navi con poca terra si ricopriano fino a tanto che della fossa al sommo si pervenia”.

Così scrive Giovanni Boccaccio nell’introduzione al Decamerone, una descrizione cruda e realistica degli effetti di quel morbo che fra il 1348 e il 52 uccide più di un terzo della popolazione europea, quella che passerà alla storia come la peste nera.
La peste nera arriva in Europa con le navi genovesi sfuggite all’assedio da parte dei tartari della colonia di Caffa, in Crimea nel 1347.

La storia ci racconta di una vera e propria guerra batteriologica: i tartari, con le catapulte, gettano all’interno della colonia genovese i cadaveri dei loro soldati già affetti dal morbo e per quanto gli assediati gettino immediatamente i corpi in mare, il morbo entra nelle reti mercantili, genovesi prima e veneziane poi, per diffondersi a una velocità straordinaria in tutta Europa dal Portogallo alla Boemia. La popolazione è letteralmente decimata e gli effetti saranno devastanti. Per dare un’idea della strage, basta ricordare che all’inizio del Trecento la città di Firenze conta circa centomila persone, mentre alla fine del secolo saranno meno di ventimila.

Per lungo tempo si è pensato che in risposta a questa peste si fosse aperto in Europa un periodo buio, cupo, con un ricordo costante della morte riflesso anche nella produzione artistica. Come ci dice Michela Becchis, in realtà la risposta alla morte portata dalla peste, è una risposta di vita:

"...È ancora Boccaccio che ci aiuta, perché la peste sicuramente sconvolge l'Europa [...] non si sa davvero che malattia sia, si pensa davvero che sia un flagello divino, si era perduta la memoria di questi corpi neri, di queste pustole, e soprattutto del fatto che si moriva così come Boccaccio ci dice in questa sua frase. Però basta ricordare un po’ il Decameron: in realtà la risposta alla peste è la risposta sfrenata. Quanto mi rimane da vivere? Tre giorni? Allora me la godo! 
[...] È inutile che vada a pregare, lo vediamo dalle cronache, c'è una risposta molto esagerata, molto violenta e quelli che si salvano della peste spesso morivano uccisi perché finivano in risse terribili, in atti di violenza. Però c'era anche questo voler vivere quel poco tempo che rimaneva in un modo sfrenato e senza stare troppo a pensare ai peccati che si sarebbero commessi. A volte i documenti ci aiutano a capire la storia: a Firenze c'è un aumento vertiginoso di confetti, di dolci, di miele, perché si pensava che potessero aiutare a irrobustirsi e quindi a far fronte alla piaga che stava flagellando la città."[Michela Becchis, intervista]

Eppure, nonostante questa esplosione di vita in reazione alla morte, un riflesso sulla produzione artistica c’è ed è determinante:

"...Muoiono molti mercanti. La peste sicuramente porta via molti più poveri che ricchi ma porta via anche molti ricchi. Quindi tutta una serie di committenze si bloccano sicuramente, sono tanti i cantieri che si bloccano, anche perché se è vero - come è vero - che la peste porta via la metà della popolazione, non c'è più bisogno di questi enormi cantieri. Perché prima di ricostruire luoghi bisogna ricostruire le persone, come dopo una guerra. Sicuramente c'è un momento di fermo nella ricerca artistica e c'è anche probabilmente questo elemento di riarcaizzazione delle forme." [Michela Becchis, intervista]

C’è quindi una sorta di ritorno a forme pre-giottesche, che penalizzano i corpi, la loro grazia… e se da un lato nascono nuove committenze di corte con soggetti cavallereschi e cortesi, dall’altra vi è un’esplosione di committenze da parte di confraternite come quella dei flagellanti - che con la peste acquistano nuovo vigore - confraternite che non cercano un rapporto sereno dell’uomo con la natura, ma che sono interessate a una rappresentazione divina ultraterrena, più legata a forme arcaiche, appunto.

Nella storia dell’arte italiana, quindi, se la peste nera rappresenta da un lato una frenata della ricerca stilistica iniziata da Giotto, dall’altro alimenta probabilmente una virata verso quel gotico internazionale che alla paura della morte contrappone un amore per la vita, per il lusso, per la resa decorativa dei dettagli...darà vita a quel gusto estetico che, dopo un secolo di relativa crisi, porterà alla nascita del Rinascimento.