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Piero, teorico della prospettiva

Piero della Francesca
Polittico di Sant Antonio


 

Piero, teorico della prospettiva

Piero della Francesca può essere considerato il fulcro della rivoluzione della pittura italiana nel Quattrocento. In lui la scienza diventa arte, ogni posa è studiata, ogni rapporto di forme, luce e colore calcolato.

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“…chi sia igniorante in geometria né intenderà alcun’altra ragione di dipingere: pertanto affermo sia necessario al pittore imprendere geometria…”
scrive così nel 1435 Leon Battista Alberti nel suo trattato De Pictura.

Sono quelli gli anni dell’apprendistato di un giovane Piero della Francesca nelle botteghe fiorentine e Piero, nato nel 1420 in Valle Tiberina a Borgo San Sepolcro, fra Toscana e Umbria, segue alla lettera le teorie dell’Alberti: impara la geometria per crescere come pittore.

Durante la sua formazione fiorentina, Piero lavora principalmente con Domenico Veneziano, pittore per cui il colore è il principale mezzo di ricchezza e libertà espressiva. Studia e osserva il lavoro dei grandi artisti che in quegli anni rendevano Firenze un vero laboratorio a cielo aperto: da Giotto al Beato Angelico, da Masaccio all’Alberti, appunto. Si muove fra Firenze, Arezzo, Ferrara ed Urbino, dove entra in contatto con la pittura ad olio dei fiamminghi, assimila e reinterpreta le lezioni del passato; è un uomo del suo tempo perfettamente immerso in quell’Umanesimo che riscopre l’arte classica e pone al centro l’uomo superando le astrazioni gotiche, ad esempio quella dei fondi oro.

Dall’Alberti ha imparato la regola dei vuoti, cioè che l’immagine ha bisogno di solitudine, di spazi vuoti che come fossero pause del discorso diano forza espressiva al soggetto rappresentato.
Nel vuoto occorre costruire con equilibrio e moderazione e nei suoi dipinti, quindi non si trovano mai scene affollate, ma corpi e gruppi ben definiti. Non vi sono gesti affannosi, convulsi, tutto pare sospeso nel tempo.
Le architetture sono abitate dall’uomo e la natura stessa diventa quasi una struttura dove il paesaggio non è accessorio alla decorazione, ma è parte integrante di uno spazio abitato. L’uso del chiaroscuro inoltre, gli permette di costruire il volume e dare monumentalità alle figure.

In sostanza per Piero l’uomo è il più complesso degli oggetti a cui applicare le regole della matematica. In lui la scienza diventa arte, ogni posa è studiata, ogni rapporto di forme, luce e colore calcolato. La composizione delle immagini, dalla singola figura umana all’insieme delle scene rappresentate, deve seguire norme precise e calibrate, norme che formalizzerà intorno al 1480 nel trattato De prospectiva pingendi, il primo scritto organico sulla prospettiva rinascimentale, quasi vero e proprio manuale che unisce teoria pittorica, geometria e filosofia.

In De Prospectiva Pingendi, Piero codifica un sistema di leggi e procedimenti matematici per la rappresentazione dello spazio. Regole di cui possiamo vedere lo studio ed applicazione nel polittico di Sant’Antonio presente qui in Galleria.
Piero della Francesca può essere considerato oggi il fulcro della rivoluzione della pittura italiana nel Quattrocento.
Morirà a San Sepolcro, poco più che settantenne e cieco il 12 ottobre 1492, giorno della scoperta del Nuovo Mondo.